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La conoscenza come compito infinito della ragione. La sfida scettica di Salomon Maimon
Con il presente lavoro di tesi si intende prendere in esame lo «scetticismo empirico» (o scetticismo critico), come elaborato da Salomon Maimon nel suo Saggio sulla filosofia trascendentale. Posizione questa che, nel riesame delle tesi della Critica della Ragion Pura esposto nel Saggio occupa un ruolo tanto nevralgico quanto ambiguo, e che in questa ambivalenza ci consentirà di osservare da un lato la tortuosa elaborazione dell’interpretazione maimoniana della filosofia trascendentale, e dall’altro la sua affilata incursione nei nodi più profondi dell’opera critica, (come avrà a dirne lo stesso Kant nella lettera inviata a Marcus Herz e indirizzata a Maimon, del 26 maggio 1789). Abbiamo deciso di concentrare le nostre ricerche sul Saggio maimoniano del 1790 nella convinzione che l’originale punto di vista con cui Maimon si affaccia alla Critica kantiana possa offrire un privilegiato accesso alle questioni sollevate dal criticismo, prospettiva questa che si 6 configura nell’interregno di pensiero occorso tra la pubblicazione della prima edizione della Critica della Ragion pura (1781) e quella della Fondazione della Dottrina della Scienza fichtiana (1794). L’analisi della singolare formulazione della filosofia trascendentale di Maimon consentirà infatti la problematizzazione di tensioni irrisolte all’interno della teoria kantiana, come la questione circa il legittimo diritto della ragione di conoscere i propri oggetti (quaestio iuris), e in particolare, del fatto che vi sia realmente una conoscenza a priori (quaestio facti). La radicalità delle domande di Maimon lo spingerà assai oltre il dettato kantiano, fino a rovesciare le stesse fondamenta dell’edificio critico (così si esprimerà lo stesso Fichte, in una lettera inviata a Reinhold tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 1795). Nel medesimo tempo, con questo tradimento delle istanze critiche potrà aprirsi un orizzonte che, pur nella sua irresolutezza, non cessa il tentativo di fondo di aprire alla ragione umana uno spazio sempre legittimo per le sue pretese.
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